Il volo delle 17.30 che mi porta da Oslo a Tromsø, oltre al circolo polare artico verso le isole Lofoten è un’apnea: di flussi, di luce e rosso.

Il tramonto, persistente in questo periodo dell’anno, è sostanziale di ciò che mi circonda. Come se l’ambiente circostante raggiungesse il proprio apice solo in quel momento della giornata, come se il volo delle 17.30 fosse l’unico disponibile. Le ombre si allungano e si svuotano sotto i miei piedi lasciando vagamente percepire ciò che in altri momenti della giornata è nascosto. Fiordi, picchi, isole, tutto scorre rapidamente lasciandomi solamente sbriciare pudicamente e percepire l’immutato e secolare stupore, primordiale solo per il fatto di preesistere alla individualità. La voce del comandante, la cabina dal colore mutevole, le mie mani che si muovono controluce come studio. Le ruote toccano terra, una calma piatta regna sulla pista di atterraggio.

Tromsø, capitale della Lapponia, centro nevralgico della storia recente del Paese, città di frontiera e di grande commercio proveniente dal Nord, è l’ultimo baluardo che la Norvegia si è concessa. Confine, presenze e assenze ne delineano le storie, un modo di viaggiare più che di vivere. La temperatura è scesa e l’acqua che a Oslo mi ha accompagnato si è riversata in ogni anfratto, tra le strade, tra le abitazioni e nell’aria. Le costruzioni si dividono in Sjøhus, le tradizionali case dei pescatori ormai riconvertite a alloggi per turisti, e costruzioni moderne che ripercorrono formalmente lo spazio che circonda la cittadina ma che difficilmente trovano un sodalizio con esso. Sgraziate, fuori scala, goffe.

Se Oslo rappresenta in qualche modo un rito di passaggio, Tromsø, la seconda ed ultima città che visiterò, è animata da una forza centrifuga. L’aria è carica di salsedine, evoca un immaginario di avventure e imprese per mare, di esploratori e di capitani Achab che da qui sono partiti alla ricerca di fortuna e che qui sono tornati carichi di Moby Dick millenari o decimati, sconfitti da un ambiente imperscrutabile e spesso ostile. Centrifuga. Il richiamo del mare è qui intrinsecamente legato alla necessità di oltrepassare, che sia esso un limite, un rivale o se stessi. I greci parlerebbero di Ubris, di Colonne d’Ercole.

Mare. Passeggio sul lungomare di Tromso, le 8 di sera circa, il mercurio si attesta a meno due gradi centigradi. La luce del sole si allunga definitivamente su ogni forma, si stira su ogni odore e sensazione prima di lasciare spazio alla notte. Leggermente mosso, le piccole onde si infrango in lontananza su sé stesse, alla riva giunge solo un’eco prolungato, il fragore rimane a largo.

Diafano: è autunno, la Norvegia prende fuoco e con essa il suo mare. 

Fascinated, my eyes reverting from the south, dropt, to

follow those slender windrows, 

Chaff, straw, splinters of wood, weeds, and the 

sea-gluten,   

Scum, scales from shining rocks, leaves of salt-lettuce, 

left by the tide, 

Miles walking, the sound of breaking waves the other 

side of me, 

Paumanok there and then as I thought the old thought of 

likenesses, 

These you presented to me you fish-shaped island, 

As I wended the shores I know, 

As I walk’d with that electric self seeking types. 

(W.Whitman, ‘As I Ebb’d with the Ocean of Life) 

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