“Chiuso per Coronavirus.” Quale futuro per l’industria culturale e creativa?

Il settore della Cultura è tradizionalmente atipico: il contratto collettivo nel settore è arrivato soltanto nel 1999 e l’oggetto, i processi produttivi, creativi e di trasformazione sono estremamente eterogenei e così anche le forme giuridiche con cui tali attività si realizzano. Più che un settore come si possono intendere quello manifatturiero o metalmeccanico, la Cultura rappresenta nel nostro paese un vero e proprio mosaico in trasformazione.

Gli ultimi anni sono stati segnati da importanti provvedimento del MiBACT, con l’accorpamento delle soprintendenze, la concessione di una timida autonomia ai principali musei italiani e importanti – seppur vincolati – incentivi fiscali attraverso l’Art Bonus. 

Anche i privati hanno contribuito al superamento di alcune delle ingessature del sistema culturale italiano con la nascita delle fondazioni miste pubblico-privato e quelle lirico-sinfoniche. Molte realtà hanno saputo distinguersi come esempi virtuosi di sinergia e sussidiarietà, come nel caso del Museo Egizio di Torino. 

Non solo: hanno trovato spazio in queste settore professionalità che prima non avevano mai avuto l’opportunità di affermarsi. fundraiser, manager, progettisti culturali che hanno dimostrato capacità di audience development e di sviluppo progettuale in un settore che si è sempre concentrato sulla conservazione e poco su valorizzazione e fruizione del suo immenso patrimonio. 

Questo complesso ecosistema, retto da risorse pubbliche, dagli apporti delle fondazioni di origine bancaria e da nuovi modelli di business che chiamano in causa il pubblico rischia oggi più di molti altri settori della nostra economia di subire un tracollo. 

La diffusione del COVID-19 ha obbligato il governo ad assumere nelle scorse settimane provvedimenti di natura eccezionale che hanno portato molti a chiedersi quale sarà il futuro del settore culturale. L’impatto potenziale del Coronavirus potrà essere molto forte. Secondo uno studio realizzato pochi mesi fa dal Boston Consulting Group per il MiBACT , i soli musei statali pesano l’1,6% del Pil, quasi quanto l’agricoltura. Tradotto in cifre, si parla di circa 27 miliardi di euro e comprende l’impatto diretto e indiretto dei musei amministrati dallo Stato (non quindi Regioni, Enti Locali, Fondazioni, Enti religiosi e privati).  Non tutti però sono consapevoli che per le regioni settentrionali la stretta sui luoghi della cultura è cominciata già dalla fine di febbraio, con i provvedimenti assunti dai presidenti di alcune regioni – tra cui la Lombardia e l’Emilia Romagna – del 23 febbraio e seguenti. Una chiusura totale che ha privato i musei di una parte importante delle loro entrate (biglietti d’ingresso, visite guidate, book shop e servizi accessori), cancellato con un colpo di spugna cartelloni teatrali e programmazioni cinematografiche. Il solo Museo Egizio di Torino ha registrato perdite per 500.000 euro nella prima settimana di chiusura, senza considerare gli operatori e l’indotto che rimarranno senza lavoro. Lo stesso vale per i Musei Civici di Venezia che ipotizzano una perdita settimanale di 400.000 euro. Ciò si aggiunge alla situazione critica determinata dall’acqua alta dei mesi scorsi e all’annullamento delle festività per il Carnevale, volano importante per il turismo e la cultura della laguna. 

Si calcola che ogni settimana di stop determini una perdita di 108 milioni di euro di valore aggiunto in Italia, oltre ai costi non quantificabili e i lunghi tempi di riavviamento di un settore che si è da sempre connotato per la sua fragilità. Non sarà solo un problema di “offerta”, ma soprattutto di domanda. Le famiglie si troveranno impoverite dopo questa crisi, immerse in un contesto economico di recessione e probabilmente molti saranno ancora diffidenti dall’affollare teatri, musei e mostre. Per il presidente di FederCulture: «Pur nella consapevolezza del momento e nel rispetto delle decisioni, non possiamo non essere preoccupati. Nei prossimi giorni faremo una stima più precisa dell’impatto che è importante, sia per la sospensione delle gite scolastiche sia per un turismo internazionale legato al nostro straordinario patrimonio culturale».

Ma non è solo il futuro a preoccupare: molti operatori del settore e professionisti – soprattutto nel settentrione – sono fermi ormai da settimane, senza entrate e dovendo sostenere costi inemendabili. Per loro ad oggi si sono ipotizzate solo soluzioni palliative, simili ad un cerotto usato per curare una frattura scomposta. 

Secondo l’Agenzia Generale Italiana dello Spettacolo il solo settore degli spettacoli dal vivo ha registrato nei primi giorni una perdita economica di oltre 10 milioni di euro con la cancellazione di circa 7.400 spettacoli in tutta Italia. 

In questi giorni in cui si l’orizzonte pare fosco e privo di prospettive, il mondo della Cultura si sta dimostrando vitale e non rinuncia alla funzione educativa che gli appartiene. Se il pubblico non può visitare le mostre, gustarsi gli spettacoli dal vivo e frequentare le biblioteche, non è un problema. Grazie all’avvento delle nuove tecnologie le distanze si sono accorciate ed i tempi si sono annullati. Il Ministero offre sul suo canale Youtube una nutrita rassegna di brevi video che offrono assaggi del vasto patrimonio culturale custodito dai nostri musei e parchi archeologici. Non è ovviamente l’unico: tante altre realtà hanno cominciato appuntamenti giornalieri tramite video e dirette sui social, per poter rimanere in contatto con il pubblico e non venir meno alla funzione educativa. 

Sistemi bibliotecari, singole biblioteche e case editrici hanno avviato videoletture e consigli di letture per bambini, genitori e in genere adulti.

Anche gli archivi ci ricordano la loro importanza con iniziative di apertura dei propri cataloghi online. Mostre istituzioni infatti permetteranno a tutti i cittadini interessati di poter occupare il proprio tempo curiosando tra i documenti che custodiscono o visionando i film che hanno archiviato nel corso degli anni come propone l’archivio della Cineteca di Milano. 

Insomma, per quanto gravino enormi incertezze sul futuro e sul presente ad ogni livello chi lavora in questo campo, dal grande museo al libero professionista, passando per le moltissime associazioni del settore agli operatori economici, sta cercando di non venir meno alla missione che la Costituzione affida alla Cultura. 

La nostra società, la classe politica e il sistema paese potranno ripagare questo grande movimento di resistenza non solo garantendo reali protezioni a lavoratori e imprese del settore, ma soprattutto trasformando questa quarantena in una grande opportunità, in un laboratorio per il futuro.

Da un lato interrogandosi sui rapporti di lavoro, i contratti, le modalità di salvaguardia di un settore della nostra economia che può essere strategico nello sviluppo economico di una comunità e nella crescita umana delle persone che la compongono. Dall’altro cercando di capire se le sperimentazioni che nascono in queste ore, con l’obbligo della formazione universitaria e distanza e i video che raccontano il nostro patrimonio, possano essere le basi per una forte digitalizzazione in questo settore. Dovremmo parlare di Digital strategy: uno strumento, non un fine, per allargare la fruizione, raggiungere nuovi tipi di pubblico e provare a strutturare nuove modalità di fruizione più in sintonia con le nuove generazioni. 

Riusciremo a cogliere queste sfide pensando a un grande piano industriale per questo settore? Probabilmente no, nonostante i numeri parlino chiaro: il peso dell’industria culturale e creativa sul valore aggiunto è del 2,3% e sul fatturato dell’1,7% per cento, con 830 mila occupati. Stando alle premesse gettate dai provvedimenti normativi di questi giorni, dove risulta ancora preminente la scelta di sostenere con sussidi imprese logore e obsolete destinato al settore della Cultura le briciole. A fatica questo paese ha cominciato a spostare l’asse della gestione dei beni culturali e delle risorse artistiche sulla valorizzazione e fruizione, più che su una gestione ingessata e non è probabilmente ancora pronto per cambiare nuovamente paradigma cogliendo il segno dei tempi. 

Di Fabrizio Bosio

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