Siria oggi – Dialogo con Asmae Dachan

A nove anni dall’inizio delle violenze in Siria, che hanno visto il mondo cambiare a causa delle crisi migratorie, dei tabù violati in territori di guerra e a causa di una sempre maggiore difficoltà per i giornalisti a documentare i fatti da quei territori, abbiamo intervistato la giornalista e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan. Nel 2019 Asmae viene insignita dal Presidente Sergio Mattarella del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica per i suoi reportage dai campi profughi e per il suo impegno per la pace e l’integrazione.

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Cosa c’è bisogno di narrare dalla Siria in questo momento?

In questo particolare momento siamo in in prossimità del nono anniversario dall’inizio delle violenze, è proprio il caso di riflettere sia sulla lunghezza di questo conflitto, sia su come la vita dei civili sia cambiata in maniera sconvolgente. La natura stessa del popolo siriano è stata trasformata. Nove anni fa quando i siriani sono scesi in piazza per la prima volta rompendo la legge del coprifuoco che vietava gli assembramenti pubblici da quasi quarant’anni, hanno scritto una pagina importante della storia. Quel popolo che scendeva in piazza era un popolo di giovani, studenti e di lavoratori, donne e uomini laici con una spinta che partiva da un desiderio di riforme. La cosa che dobbiamo consegnare alla storia è la loro natura pacifista. 

Le loro istanze, invece di essere ascoltate sono state respinte con la violenza, c’è stata questa repressione che non ha permesso a quel movimento così bello e interessante sotto il profilo sociale e culturale di esprimersi, consegnando la Siria ad una stagione di violenze. Tutti siamo rimasti esterrefatti davanti ad un regime che invece di ascoltare il suo popolo comincia ad ucciderlo, ma ancora di più quando le violenze sono dilagate e si è arrivati ad ordinare il bombardamento delle città insorte. Quello che dobbiamo raccontare è proprio questo, che esisteva una Siria prima della guerra che era una nazione non molto antica ma con un popolo antichissimo che ha sempre accolto. Ha accolto gli armeni che fuggivano dal genocidio turco, ha accolto gli iracheni durante le varie stagioni di guerra, ha accolto i palestinesi del conflitto arabo-israeliano e quindi per la prima volta nella storia sono i siriani a dover fuggire, sono i siriani che sono costretti ad abbandonare le proprie case. La Siria era anche considerata l’emblema della convivenza tra religioni diverse, etnie diverse e invece tanti anni di guerra hanno posto l’accento per far prevaricare la logica del dividi et impera. Oggi tutto quello che era il patrimonio di una Siria acculturata, accogliente e bella è stato fortemente minacciato da tanti anni di violenze.

C’è però ancora qualche esempio di civili che si mettono in gioco, penso al ruolo del citizen journalism. Ha approfondito anche questo aspetto?

Quello del citizen journalism è stato uno dei campi che più mi hanno appassionato durante questi ultimi nove anni. Partiamo dalla premessa che la Siria come in tutti i paesi dove vige un regime vede l’assenza di ogni forma di libertà di stampa. La reazione invece dei giovani che, consci dell’importanza dello strumento internet per creare una contro-narrazione, è stata bellissima. Abbiamo visto esempi di giornalismo dal basso che sono diventati talmente professionali che i colleghi che si sono impegnati in questo senso poi sono stati intercettati dai grandi network internazionali, come Associated Press per le foto o la Cnn o la BBC per i corrispondenti locali. Questo è stato particolarmente importante dal 2014 in poi quando si è creato un buco nero. Quando la frammentazione dei gruppi di opposizione e l’intervento devastante della formazione terroristica transnazionale ISIS hanno bloccato tutti gli accessi dal nord della Siria, dai quali entravano i giornalisti che non volevano passare attraverso le vie del regime. La mancanza di giornalisti internazionali a coprire il conflitto siriano in quelle aree specifiche della Siria ha creato un vuoto che è stato in parte colmato da questi colleghi locali, che purtroppo spesso hanno rischiato o pagato con la loro stessa vita il fatto di aver fatto riprese, video o servizi. Io ho avuto modo, lo scorso anno, durante uno dei miei reportage dal confine turco-siriano, di incontrare l’orfana di uno dei nostri colleghi con cui avevamo lavorato per anni da Aleppo. Trovarsi davanti quella bimba, sapere che era il padre e sapere qual’era stato il suo impegno per il mondo del giornalismo e per la libertà di informazione dà anche a noi che abbiamo collaborato con questi colleghi un grande senso di responsabilità. Ovvero che non stante le difficoltà non dobbiamo smetter di parlare di Siria e che nonostante le difficoltà e la propaganda del regime e dei suoi alleati, bisogna continuare a dare voce ai civili siriani che in questa grande emergenza sono stati coloro che hanno parlato di meno.

Hai detto che c’è stato un vuoto, pensi che sia stato proprio questo vuoto a determinare che la battaglia di Aleppo, simbolo della guerra siriana, non sia riuscita a smuovere le coscienze come era riuscita a fare Sarajevo durante la Guerra dei Balcani?

Ho fatto spesso questo parallelo, due città a me care. Aleppo perchè  è la città delle mie origini e Sarajevo perchè è stata una delle prime città in guerra in cui ho incontrato i profughi quando sono arrivati in Italia. Entrambe la città hanno subito un assedio, entrambe le città hanno subito bombardamenti però anche da Sarajevo, nonostante avessimo una cronaca dettagliata di quello che stava accadendo, a causa dell’assedio in qualche modo abbiamo visto un buco nella narrazione. Ad Aleppo le cose sono andate un po’ diversamente perchè i colleghi di Aleppo sono stati i primi ad essere intercettati e apprezzati dalla stampa internazionale. Per cui a livello di copertura di immagini, di video e di testimonianze c’è stata una grande abbondanza di materiale, il problema è che l’assedio è durato talmente tanto che i giornalisti stranieri non sono più potuti entrare. Quello che è mancata è stata forse la forza di un giornalista straniero, di un’emittente internazionale che divulgasse le immagini dal centro della città e ci siamo dovuti basare solo sull’impegno dei giornalisti locali. Questo ha comportato da un lato la distrazione dell’opinione pubblica, perchè quando si smette di parlare di una certa cosa è come se quella cosa non accadesse più. Si è parlato di Siria a volte in occasione di qualche evento eclatante come la vicenda del piccolo Alan, il bambino curdo-siriano trovato riverso su una spiaggia turca, è proprio di ieri la notizia della condanna degli scafisti che avevano organizzato questa traversata. Dopo questa storia c’è stato un buco e poi un’altra storia di un altro bimbo insanguinato ha di nuovo riacceso i riflettori sulla Siria, quindi c’è stata questa narrazione a episodi. Chiaramente ci sono giornalisti che hanno fatto un lavoro preziosissimo, lavorando il più possibile vicino alla Siria o addentrandosi ad esempio nella zona curda o cercando di avvicinarsi dal Libano, e che hanno portato dei lavori eccezionali. Ma il fatto che la guerra sia durata nove anni ha fatto sì che in qualche modo non fosse più possibile che la Siria occupasse le prime pagine dei giornali o i titoli di apertura dei notiziari e si è creata questa narrazione a singhiozzo.

Oggi ci ricordiamo che esiste ancora una guerra in Siria per le tragiche vicende di Idlib.

Cosa sta succedendo a Idlib?

Idlib è l’ultimo fazzoletto di terra in mano agli oppositori del governo siriano. Grazie ad una campagna massiccia di bombardamenti su tutto il territorio, grazie all’alleanza con la Russia, che ha i suoi aerei operativi in Siria e che bombardano il territorio, il regime ha di fatto riconquistato quasi completamente tutto il territorio siriano. Territorio che negli anni era stato in parte conquistato dalle opposizioni, in parte infestato dalla presenza dei gruppi terroristici e in parte conquistato dalle milizie curde con il sostegno degli Stati Uniti. Oggi invece la zona nord-est della Siria rimane in mano ai Curdi. Tutto il resto della Siria è quasi completamente nelle mani del regime e rimane questa città, Idlib. Prima del conflitto questa città aveva meno di un milione di abitanti, era una città rurale considerata di poca importanza e che oggi invece ospita circa 3 milioni di persone, buona parte delle quali sono siriani sfollati da altre città. Perchè Idlib è molto vicina alla frontiera con la Turchia, una altro paese che ha avuto un ruolo determinante nei fatti della guerra e che ha fatto interventi militari per ben tre volte in territorio siriano. Queste persone erano lì con la speranza di varcare questa frontiera e fuggire. Dopo aver accolto tre milioni e mezzo di siriani però la Turchia ha chiuso le frontiere, è stato anche costruito un muro che divide Siria e Turchia e quindi questi tre milioni di esseri umani sono rimasti intrappolati lì. In mezzo a questi civili, la maggior parte dei quali sono donne e bambini, ci sono alcune centinaia di miliziani appartenenti a vari gruppi, alcuni anche delle galassie jihadiste. La presenza di questi individui rende legittimo agli occhi del regime il bombardamento indiscriminato e a tappeto perchè il regime si giustifica dicendo di combattere questi gruppi. La realtà è che sarebbe come prendere di mira un territorio infestato da un’organizzazione malavitosa e radere al suolo l’intera regione. Idlib è una vera emergenza perchè quelle persone sono in condizioni di estrema povertà. A Idlib come ad Aleppo e in altre città sono state violate tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani. In particolare mi riferisco al bombardamento degli ospedali, che è avvenuto in maniera sistematica. 

Sullo scenario internazionale continuiamo a vedere il veto e nessuna risoluzione che ponga davvero in sicurezza questi civili e li strappi da una condanna a morte che purtroppo è certa.

Per l’intervista integrale cerca il podcast di Dip.news su Spotify, Google Podcasts o Spreaker.

Ph. Apollonia Benassi

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