“Sono stato venduto in piazza”. Dalla Libia al servizio civile in Italia

Tutto ciò che era da narrare è stato narrato, si dice. I conflitti, le migrazioni, le trame e gli intrighi. Tuttavia, ciò che varrà sempre la pena di mettere nero su bianco sono le tribolazioni degli uomini nella loro eterna lotta per la sopravvivenza.

Koffi viene dalla Costa d’Avorio, oggi svolge la sua attività di servizio civile presso il teatro Comunale di Carpi, una piccola cittadina in provincia di Modena, nel cuore dell’Emilia. Grazie al Servizio Civile questo ragazzo ha ritrovato il suo regno perduto tra le luci di scena, i lunghi cavi elettrici e il palcoscenico. Tutto deve essere pronto per gli spettacoli, tutto deve essere al proprio posto e funzionare; una proiezione d’ordine che si scontra inevitabilmente con il caos che ha portato Koffi tra quelle quinte.

La sua storia inizia, come tutte le grandi e piccole storie, con un evento imprevedibile e catastrofico. Una Guerra Civile. Nel 2011 la guerra si riaffaccia su quel piccolo Paese francofono affacciato sul Golfo di Guinea, facendo piombare la capitale in una tempesta di dolore e morte che porterà più di centomila persone ad allontanarsi dalle proprie case a causa dei bombardamenti, tra queste anche Koffi.

Le comunicazioni tra amici e i familiari si fanno difficili. Le linee telefoniche, obiettivo strategico primario per la riuscita della guerra, sono le prime ad essere tagliate, non consentendo ad un ragazzo lontano da casa di parlare con la sua famiglia, mentre la paura dell’ignoto sale di giorno in giorno.

Quando sono riuscito a tornare a casa, – racconta – l’ho trovata vuota. I vicini mi hanno detto che la casa era stata saccheggiata. Nessuno sapeva dove fosse finita la mia famiglia”. “Mio padre, le mie due sorelle più piccole e mia madre. Erano le persone che mi davano la forza per andare avanti nella vita. E quando le ho perse è stato veramente difficile.

Dopo la guerra è tempo di ricostruire. Dalla capitale Koffi si sposta al nord della Costa d’Avorio, vicino al Mali, da un cugino agricoltore.

Ho trascorso 5 anni in questa città. Dal 2011 al 2016. Nel 2016 però c’è stato un conflitto tra gli allevatori e gli agricoltori. I campi non dovevano essere invasi dagli animali e abbiamo assistito ad un conflitto molto aggressivo.

Io e mio cugino abbiamo deciso di andare in Mali ed abbiamo cercato un luogo dove dormire in via temporanea. In questa città abbiamo conosciuto una donna che si occupava di viaggi clandestini in Europa e ci ha fatto un’offerta. Purtroppo, però, costava moltissimo: 1500 euro a persona. Non potevamo permettercelo.

Dopo questa promessa di ricominciare una nuova vita in Europa Koffi e suo cugino lavorano per 5 mesi con l’obiettivo di raccogliere i soldi necessari per il viaggio.

Dopo aver pagato la donna, siamo partiti per arrivare a Gao (Mali) dove ci avrebbero accolto altre persone. Il tragitto fino a Gao è stato terribile perché c’erano dei controlli a qualsiasi angolo. I maliani potevano passare ma noi eravamo stranieri e ci facevano pagare per riuscire a passare, 15 euro ogni volta.”

Arrivati a Gao i ragazzi però scoprono che il loro viaggio è appena iniziato. Per poter continuare infatti avrebbero dovuto affidarsi a uomini senza scrupoli, definiti “les passeurs“.

Ci hanno inviati in un campo dove c’erano moltissimi migranti. Ogni giorno si faceva una lista dei viaggiatori  che dovevano andare in Algeria. Abbiamo dovuto aspettare circa una settimana che ci chiamassero. Quando è arrivato il nostro turno, ci hanno messo sui pick-up con altre 4 famiglie (con 3 bambine piccole), eravamo in circa 15. Ci hanno dato dei bidoni con dell’acqua e ci hanno domandato se avevamo dei soldi, ci hanno tastato i pantaloni ed hanno cercato nelle tasche per vedere se stavamo dicendo la verità.

La macchina con Koffi e suo cugino, stipati insieme ad altre quindici persone, sfreccia alla volta del confine quando, improvvisamente, sono fermati dai ladri che rubano loro qualunque cosa.

Ci hanno chiesto di spogliarci e di metterci con la testa appoggiata sul terreno. Ci hanno preso tutto e ci hanno lasciati lì. Io avevo nascosto un po’ di soldi in una tasca ma loro li hanno trovati. Abbiamo passato la notte là, senza niente. Faceva freddissimo ed il vento tirava forte, così ci siamo abbracciati fra di noi. L’indomani all’alba è tornata l’auto che ci aveva abbandonato e ci ha caricato per proseguire il viaggio. Ci hanno portati fino in Algeria, ma poi si sono fermati perché era troppo pericoloso proseguire con la macchina. Così abbiamo dovuto camminare per due ore in montagna per raggiungere una città dove si trovava un passeur incaricato ad aiutarci a raggiungere l’Europa.

“Quando lui è arrivato, avevamo le sembianze di selvaggi e ci ha lavati. Ci ha detto che il giorno dopo avremmo preso un’altra macchina per proseguire il tragitto verso la Libia. L’indomani, il nostro gruppo si è separato perché alcuni volevano fermarsi in Algeria, altri come noi invece volevano continuare per raggiungere l’Italia.

Quando siamo arrivati in Libia ci ha accolti un’altra persona. Ad ogni tappa ci ha accolto qualcuno di diverso, che ci ha accompagnato per un piccolo tragitto. Una sorta di rete organizzata  di persone che si occupano di viaggi clandestini. Arrivati nel sud della Libia bisognava prendere un’altra macchina per il nord. Il viaggio è stato terribile: diversamente dall’Algeria, dove potevamo ammirare il paesaggio, in Libia eravamo nel bagagliaio dell’auto e non vedevamo niente. Inoltre mancava l’aria, faceva veramente caldo ed eravamo in tanti.

Dopo un giorno di percorso siamo arrivati in un grande centro, a Benghazi, dove si trovavano circa 1500/2000 migranti. Eravamo veramente tantissimi e le condizioni di igiene erano terribili. Abbiamo passato una settimana lì dove sotto i miei occhi sono avvenuti abusi sessuali sulle donne, violenza e botte sui ragazzi. Ci hanno obbligati ad assistere.”

Dopo l’ennesimo periodo di attesa, i trafficanti non tardano a mostrare il vero volto del traffico di esseri umani.

È arrivato un camion all’interno del quale siamo stati costretti ad accovacciarci come animali perché il tragitto per arrivare a Tripoli era più pericoloso rispetto alle altre città. Eravamo in tanti e lo spazio era pochissimo, i bambini piangevano, le donne vomitavano. Arrivati a Tripoli la polizia ci ha fermati. Ci hanno messi in prigione solamente perché avevamo la pelle nera, nonostante avessimo i documenti.

Ci picchiavano ogni mattina e non ci davano cibo, solamente un piccolo pezzo di pane e dell’acqua salata. Per uscire dalla prigione avremmo dovuto chiamare i nostri genitori che si trovavano nel paese d’origine. Ho visto molte persone morire in prigione, non solo di fame ma anche per le botte inferte con il calcio del fucile.

Mio cugino si ricordò il numero di una sua amica nel paese di origine. Grazie a ciò libici sono entrati in contatto con i nostri amici ma, per uscire, avremmo dovuto pagare 500 euro a testa. Siamo riusciti a pagare grazie agli aiuti dei nostri amici e cugini.

Eravamo convinti che ci avrebbero liberati, ma ci hanno inviati in un nuovo campo di schiavi dove ci hanno trattati come degli animali. E, di notte, siamo stati mandati in piazza pubblica con in mano delle lampade e io e mio cugino siamo stati comprati da acquirenti differenti. Non mi dimenticherò mai quel momento.

Io sono stato comprato da un vecchio signore.

Il vecchio ha comprato 5 persone, io insieme ad altri africani provenienti dalla Nigeria. Ho perso i contatti con mio cugino. Lavoravamo per questo signore e mangiavamo una volta al giorno. Io, dei 5, ero l’unico musulmano praticante quindi ero l’unico a pregare. Il vecchio è rimasto colpito dalla mia osservanza alla religione e si è affezionato a me, mi trattava diversamente dagli altri ragazzi che aveva comprato. Un giorno mi si è avvicinato e mi ha chiesto di parlargli. Gli ho raccontato la mia storia dicendogli di voler andare in Italia.

Dopo 3 mesi passati con lui, dal momento che avevo molto male ai piedi e non riuscivo a lavorare, mentre gli altri dormivano, a mezzanotte mi ha portato in una spiaggia dove ho trovato moltissimi africani, donne e bambini allineati uno dietro l’altro. Mi ha detto che è là che la nostra vita si sarebbe separata. Mi ha detto di continuare a pregare.

Così, in circa due ore Koffi fu caricato sui famosi ‘barconi’. La capienza massima di ogni barca era di 50 persone ma in quella di Koffi ce n’erano 150.

Alle 7 del mattino abbiamo visto una grande barca di SOS Méditerrannée. Appena l’abbiamo vista abbiamo cominciato ad alzarci e a muoverci, ma la barca si è ribaltata e sono morti in molti.”

“La fortuna che ho avuto io era che sapevo nuotare.

“A Margherita ed Andrea che mi hanno permesso di raccontare la mia esperienza ed alla Cooperativa Leone Rosso che mi ha regalato la speranza di una vita migliore”

Koffi

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