Sarà frontex l’arma di una (possibile) Europa sovranista?

Si è ufficialmente conclusa, con l’ultima plenaria, l’VIII legislatura del Parlamento Europeo e diversi provvedimenti importanti sono stati approvati prima che le elezioni di fine maggio possano, per quanto sia improbabile, ridisegnare la composizione dell’Emiciclo, cambiando gli equilibri tra le grandi famiglie politiche.

Tra i dossier chiusi di maggior rilievo c’è sicuramente quello su Frontex, l’Agenzia europea che si occupa di confini terrestri e marittimi con sede a Varsavia, nata nel 2004 e sostanzialmente sempre rimasta in secondo piano, anche quando la questione dei flussi migratori si è fatta più calda nel dibattito europeo.

Nonostante l’implementazione di risorse umane e di fondi che ha avuto luogo tre anni fa, in risposta ai massicci flussi migratori che hanno interessato in particolare Italia, Spaga e Grecia, la poca chiarezza sulla ripartizione dei ruoli tra l’Agenzia e le autorità nazionali non ha mai permesso di sfruttare a pieno le potenzialità di questo strumento comunitario, tanto lungo le frontiere terresti quando lungo quelle marittime.

Nella sua ultima seduta il Parlamento Europeo ha deciso di potenziarne la dotazione organica, segno che la sicurezza sta diventando più centrale nei temi considerati di valenza continentale. Secondo il documento approvato: “L’obiettivo (della riforma ndr.)consiste nel gestire efficacemente l’attraversamento delle frontiere esterne e affrontare le sfide migratorie e le potenziali minacce future a tali frontiere, contribuendo così ad affrontare la criminalità grave con una dimensione transfrontaliera e garantendo un livello elevato di sicurezza interna nell’Unione. Al contempo è necessario agire nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e in modo tale da salvaguardare la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione”

L’Unione Europea si prefigge di portare il personale in servizio presso l’Agenzia dalle circa 1.500 unità attuali a 10.000 effettivi entro il 2027, con un obbiettivo intermedio di 5.000 unità entro il 2021.  Nel complesso l’agenzia prevede di avere al termine di questo percorso di potenziamento 3.000 agenti propri, 3.000 prestati a lungo termine dai pesi membri e 4.000 per periodi più brevi. Gli agenti provenienti dagli organici dei corpi di guardia costiera e dell’esercito dei paesi membri saranno “prestati” in numeri parametrati alla consistenza demografica degli stati di provenienza. In particolare l’Italia dovrà contribuire con 33 agenti nel 2021 fino a giungere, quando la riforma sarà a pieno regime, a 125 unità.

Si tratta non soltanto di un tentativo di rispondere alle istanze che hanno alimentato la crescita dei partiti nazionalisti, che hanno fatto della sicurezza dei confini la loro bandiera, ma anche di attuare una delle promesse fatte dal Presidente della Commissione Europea Junker al principio del suo mandato. Tra i le cinque azioni fondamentali che prometteva di intraprendere nel corso della propria presidenza in materia di immigrazione, il politico lussemburghese annoverava la sicurezza dei confini, dichiarando che: “Abbiamo quindi bisogno di rafforzare le capacità operative di FRONTEX, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere. Un budget di soli 90 milioni di euro all’anno è un buon inizio, ma non è sufficiente se comparato al compito di proteggere le frontiere comuni dell’Europa. Dobbiamo mettere in comune più risorse tra gli Stati membri per rafforzare il lavoro di FRONTEX e mettere in azione squadre europee di guardie di frontiera per un rapido dispiegamento in operazioni congiunte Frontex ed interventi rapidi alle frontiere[. La volontà di perseguire queste finalità e l’obiettivo dei 10.000 effettivi erano stati ribaditi anche nel discorso del Presidente sullo Stato dell’Unione del settembre scorso.

Al netto dei proclami e delle buone intenzioni che possono aver mosso il Parlamento Europeo nell’elaborare questa riforma, rimangono ancora alcuni nodi che non sono stati sciolti e che potrebbero trasformarsi in ostacoli insormontabili per rendere più efficiente Frontex. Come già avviene dall’inizio delle attività dell’Agenzia, non è stata chiarita a ripartizione di competenze tra la stessa ed i singoli stati nazionali. La proposta della Commissione Europea, più audace del testo approvato dal Parlamento, attribuiva all’Agenzia la possibilità di agire direttamente, in modo autonomo e senza l’autorizzazione del paese interessato. Sarebbe stata un’interessante innovazione, un passo in avanti per rendere la questione delle frontiere e della loro sicurezza una competenza continentale e non più ad appannaggio del singolo Stato membro. Tale facoltà è stata di fatto stralciata nella versione finale del documento, per evitare che questa ulteriore cessione di sovranità spingesse i paesi più territoriali – tra cui l’Ungheria, che al confine con la Serbia ha realizzato una barriera lunga 175km e presidiata da più agenti di quanti ne abbia oggi in totale Frontex – ad ostacolare il processo di approvazione della riforma, determinandone un probabile fallimento.

Il secondo pericolo che l’Unione Europea corre è di focalizzarsi eccessivamente sul controllo dei confini. Per quanto il Presidente della Commissione, che non si è riproposto per un secondo mandato, abbia indicato nell’ultimo suo discorso sullo Stato dell’Unione, l’obiettivo di rafforzare l’Agenzia per l’Asilo e la creazione di canali legali per l’ingresso di migranti economici in Europa, ad oggi quelle parole sono rimaste soltanto promesse. La grande attenzione che gli elettori hanno mostrato nei confronti dei fenomeni migratori e il consenso che sembra premiare gli esecutivi che assumono iniziative muscolari per fronteggiarla, erigendo barriere e tirando come non succedeva da decenni filari di filo spinato in Europa, potrebbe rappresentare una tentazione per Bruxelles ad imboccare la medesima strada.

Il probabile successore di Junker alla presidenza della commissione , Manfred Weber,  attuale capogruppo e Spitzenkandidat del Partito Popolare Europeo,  non ha chiuso alla possibilità di un accordo con l’ala più nazionalista e xenofoba del Parlamento. L’eurodeputato tedesco guarda in particolare a Matteo Salvini, che è dato primo partito italiano alle europee e porterà quindi a Bruxelles una nutrita delegazione, ai partiti che questi sta provando a federare in vista della nuova legislatura (con l’eccezione di Marie Le Pen che è un tabù per quasi ogni forza europeista) e ai polacchi di Diritto e Giustizia. Questo partito, attualmente al governo in Polonia, si è già dimostrato un valido alleato dei popolari su singole questioni, risultando determinante con i propri voi per l’elezione di Antonio Tajani alla presidenza del Parlamento Europeo. Questa apertura non permette di escludere che nei prossimi anni il baricentro delle politiche sull’immigrazione delle istituzioni comunitaria non finisca per spostarsi sul risposte di natura repressiva, inibendo un rafforzamento dell’Agenzia Europea per l’Asilo e non creando canali di accesso legale per migranti economici.

Ciò pare ancor più probabile se si considera il fallimento della politica di distribuzione dei richiedenti asilo che si è schiantata con l’egoismo del gruppo ormai consolidato di paesi fermi nel rifiutare ogni ipotesi di solidale condivisione delle responsabilità, tra cui proprio la Polonia e l’Ungheria.

Non solo: negli ultimi anni il budget dedicato a Frontex è cresciuto in modo molto maggiore di quello dedicato all’Agenzia Europea per l’Asilo. Come rilevato da una ricerca dell’EPC – acronimo di European Policy – la dotazione finanziaria della prima è cresciuta da meno di 50 a 320 milioni di euro nel giro di 15 anni. Nello stesso periodo, pur partendo da un budget non troppo dissimile, la seconda è giunta ad un massimo di 91 milioni di euro di budget, dimostrando che una scelta di merito è già stata fatta a livello continentale tra quale dei due approcci  al fenomeno migratorio si intenda favorire maggiormente.

Va poi ricordato come in questi anni l’Unione abbia cercato di spostare “oltre” i propri confini, attraverso accordi di collaborazione con i paesi limitrofi, allontanando il problema migratorio da sé, in modo non diverso da quanto fatto dal Governo italiano con la Libia. In particolare l’attenzione del commissario europeo competente in materia di immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, si è concentrata sull’area dei balcani. A partire dall’estate 2018 la Commissione ha raggiunto intese che estendono l’ambito di operatività di Frontex con l’Albania, l’ex Repubblica di Macedonia e la Serbia. Per quanto la collaborazione tra  l’Agenzia e questi paesi sia già operativa, va ricordato che nessuno dei tre accordi è stato ad oggi approvato dal Parlamento Europeo. Nonostante la mancanza questo voto fondamentale da parte dell’istituzione che rappresenta i cittadini europei, Bruxelles sta cercando di continuare la politica di spostamento delle frontiere con la creazione di questi “stati-cuscinetto” attraverso un’interlocuzione con il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina, come dichiarato da fonti europee.

Non è difficile poi pensare che un potenziamento di Frontex possa scontrarsi anche con i governi più interessati dalle rotte mediterranee. Il controllo di un confine marittimo, già solo per l’impossibilità di erigere barriere fisiche stabili, è sicuramente più problematico del presidio dell’area balcanica. Non solo: deve essere tenuto in considerazione anche l’aggressività mostrata dal Governo Italiano, ed in particolare dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in materia. Le vicissitudini di alcune missioni gestite da ONG dimostrano quanto l’esecutivo ormai a tradizione leghista sia indisponibile ad alcuna concessione, specialmente a ridosso di alcuni importanti appuntamenti elettorali. È difficile immaginare uno spazio di operatività per Frontex nelle nostre acque, soprattutto in mancanza di una chiara definizione del riparto di competenze tra la stessa e gli stati membri. La presenza dell’agenzia europea sarebbe vissuta dal vicepresidente del consiglio come una presenza ostile, un’ingerenza di Bruxelles, che è già stata in più occasioni un bersaglio utile per la Lega per costruire consenso.

La sfida è impegnativa. Come ha avuto modo di dire la Cancelliera tedesca Angela Merkel il destino dell’Unione Europea dipende dalla sua capacità di “make or break” la sfida dell’immigrazione. Il timore è che la Commissione scelta l’approccio più semplice, quello muscolare,  e si convinca che più uomini e più risorse possano risolvere un problema che può essere affrontato e risolto solo con politiche di autentica integrazione e con maggior consapevolezza-solidarietà da parte degli stati membri.

Fabrizio Bosio per DIP.news

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