“Io sono stato un esiliato politico”. Jubal Alfonso Varas Acosta, nato in Cile il 23 aprile 1942, ha lo sguardo di chi ne ha passate tante nella vita, riuscendo tuttavia a non perdere la rotta, ad orientarsi mantenendo come punti fermi le costellazioni della cultura, dell’insegnamento, della poesia, dell’impegno civile.Le sue parole si impongono con forza, con una volontà di chiarire ogni fraintendimento. Se è arrivato in Italia, nel 1973, è perché l’unica alternativa era rimanere in balia di una dittatura, con il rischio costante di finire in prigione, se non peggio, per via di un’assurda accusa mossa nei suoi confronti.

I militari saliti al potere sotto il comando del generale Pinochet l’11 settembre 1973, quando fu deposto, con un violento golpe, il governo socialista e democratico presieduto da Salvador Allende, rimasto ucciso nell’assalto al palazzo presidenziale di Santiago del Cile, instaurarono una dittatura militare che si sarebbe conclusa soltanto nel 1990. Dittatura vuol dire esercizio arbitrario del potere, il che vuol dire fine dello stato di diritto, il che vuol dire che chi prende in mano il potere può arrestare chi vuole per qualsiasi motivo e, una volta che si finisce in carcere, non c’è più niente che non possano fare, perché non devono dar conto a nessuno delle loro azioni. A nessuno dovevano dare conto delle percosse, delle torture, degli elettroshock, delle fucilazioni o simulazioni di fucilazione, per far uscire di testa i prigionieri, costringerli a parlare, a fare nomi, a rivelare nascondigli. Questo ha passato Alfonso Varas, a 30 anni. Da un giorno all’altro la sua vita non è stata più la stessa.

Una vita serena e piena di soddisfazioni, padre di cinque figli, una brillante carriera come insegnante e pedagogista, fino all’incarico di direttore scolastico a Temuco, in un quartiere popolare in via di espansione ancora tutto da costruire; lui, diventato da subito punto di riferimento per le esigenze della comunità, impegnato politicamente e socialmente per migliorare le condizioni di vita di una classe lavoratrice che iniziava a giungere in massa dalle campagne.

“Quando sono arrivato, nel 1965, quel quartiere era uno spazio ‘spelacchiato’, completamente vuoto. Bisognava aiutare a costruire le aule della scuola, ad installare l’acqua potabile, a fare le strade e la rete elettrica. In questo mio impegno si può già fiutare il perché i militari mi hanno perseguitato: per loro ero un agitatore popolare”.

Dopo l’11 settembre 1973, Alfonso si è trasformato in un bersaglio mobile, finito nelle liste dei ricercati perché pericoloso, potenziale fomentatore di disordini e sommosse, attivista politico, socialista e allendeista. Alfonso si è nascosto a casa di parenti. Tuttavia, non è stato difficile arrestarlo, il 17 settembre, alla fermata dell’autobus, mentre approfittava di una sospensione dello stato di assedio per andare a ritirare gli stipendi da distribuire agli insegnanti della sua scuola. Venne caricato a forza su una camionetta, dove ha trascorso ore steso a pancia in giù, con una giacca sulla testa, tra minacce e percosse senza fine; solo a sera è stato portato alla caserma dei carabinieri di Temuco, trattato come un delinquente, incarcerato. “Mia moglie arrivò verso le 21.30 e ha fatto molto bene, per fortuna mi ha visto e ha verificato che io ero lì in carne e ossa, perché dopo hanno mentito, mi hanno fatto scomparire, hanno detto ‘non sappiamo niente, mai visto quel tipo lì’”. Due giorni trascorsi in quella caserma, senza riuscire a chiudere un occhio, tra simulazioni di fucilazioni, percosse, elettroshock, ripetuti interrogatori per scoprire dove si nascondevano il padre e i fratelli, quadri dirigenziali più impegnati di lui politicamente. “È stato molto difficile, per fortuna non sapevo dov’erano”. Torture fisiche e psicologiche. E poi domande sul ruolo politico del movimento del Fronte Popolare, “come se fossi chissà quale dirigente: mi chiedevano se questo movimento si potesse estendere all’America Latina, che opinione avevo di Lenin, Marx, Fidel Castro… Invece, se tu sapessi quale trattamento spettava alla gente più umile, contadini, operai. Con loro erano ancora più selvaggi”.

Poi, il trasferimento nel carcere di Temuco, dove rimase fino a dicembre. Lì, dopo aver sgomberato i laboratori del carcere, lasciavano i prigionieri a dormire per terra, sul pavimento di cemento; man mano che avvisavano i parenti, arrivava qualche materasso. “Ricordo perfettamente quanti eravamo: 701. Alla mattina dovevamo autocontarci. Era penoso, mi si stringeva il cuore quando contadini, indigeni, certi amici popolani delle borgate si sbagliavano: ‘405’, e il vicino ‘407’. Bum bam giù botte, e bisognava ripartire da capo, dall’1”. E ogni mattina ricominciava l’incubo: “Ogni giorno non sapevi se ti avrebbero chiamato fuori, e a quel punto non tornavi più”.

Fino a dicembre è durato questo inferno; poi, finalmente, la libertà provvisoria per mancanza di prove. L’assurda accusa che gli era stata rivolta, per la quale ha rischiato la vita, era di “detenzione illegale di armi e esplosivi”. “Riconoscevano, imbecilli, che non c’erano prove. Puoi immaginarti: io scrivo, so anche zappare, ma un’arma… mi fa paura”.
Tuttavia, una volta tornato in libertà, niente fu più come prima: l’incarico precedente era ormai perso e diversi tentativi di tornare a lavorare nelle scuole, come insegnante, non andarono a buon fine: “Avevo appuntamento con una preside che si è rifiutata di incontrarmi: non riceveva comunisti, ha detto”. E due bidelli lo hanno portato via di forza. Finalmente trovò un impiego a Santiago, nella capitale del Cile. Lì riuscì a lavorare due anni e mezzo, ma poi ricevette una soffiata: doveva scappare, perché era stata riaperta la causa che lo riguardava. Era un pericolo serio: un’accusa falsa, di cui i militari al potere non dovevano dare giustificazioni a nessuno, lasciava carta bianca all’uso della forza più bieca. Per Alfonso la vita era seriamente in pericolo. Lo catturarono di nuovo più volte. Infine i fratelli, che erano protetti dall’ambasciata italiana, riuscirono a mettere in moto azioni diplomatiche per proteggere anche lui.

Il 15 novembre 1976 Alfonso Varas giunse in Italia, a Modena, lasciando a Santiago la moglie e i 5 figli, aiutati da un comitato Italia-Cile che procurava loro provviste di cibo e altri beni di prima necessità. La famiglia lo ha raggiunto un anno dopo, immortalata da una foto, la più preziosa per lui, che la ritrae un attimo prima di salire sull’aereo diretto in Italia.
Intanto Alfonso, solo in terra straniera, con un macigno sul cuore difficilmente immaginabile, ha dovuto ricominciare una vita da capo. Ha provato diverse strade: un lavoro alla catena di montaggio in una fabbrica di Suzzara, in cui è stato per qualche giorno, “ma non son stato capace di fare quel lavoro”. Girava con una valigia piena di documenti per dimostrare che era un insegnante, “tutti quei documenti riempivano un tavolo enorme”. Poi si delineò la prospettiva di Vignola, in provincia di Modena, la cui giunta comunale si era impegnata ad ospitare una famiglia cilena, delle tante accolte nel territorio modenese in quegli anni.

A Vignola Alfonso ha trovato il suo riscatto: fu assunto quasi subito come aiuto bibliotecario alla biblioteca di Vignola, dove rimase 10 anni. Di lavoro ce n’era tanto: il prestito dei libri, la compilazione delle schede bibliografiche, con informazioni e riassunto di ogni volume, e l’organizzazione di attività culturali a cui Alfonso ha dato tutto se stesso. Ha un ricordo affettuoso nei confronti dei dirigenti politici e culturali che lo hanno aiutato in quegli anni; è grato anche e soprattutto al gruppo di insegnanti che hanno dimostrato interesse e volontà a collaborare con lui, organizzando incontri con le scuole: “Un piccolo gruppo di professori di Vignola è venuto a ripescarmi dalla biblioteca, ed è stata una bellissima opportunità. Ho visitato più di 150 scuole, ho parlato ai ragazzi della mia esperienza, del Cile, della storia dell’America Latina, pur con la mia mezza lingua, “l’itagnolo”. È stato valorizzato anche per la sua grande esperienza nel campo della pedagogia e della formazione, quando aiutò alcuni insegnanti a programmare un percorso didattico suddiviso in unità sulla storia dell’America Latina. “Devo dire che il mio esilio è stato bello, sono cresciuto molto, i primi 10 anni sono stati fecondi, ho potuto esprimermi e continuare a seguire la mia vocazione”. Pensando all’accoglienza ricevuta dalla gente del luogo, Alfonso ricorda: “Non mi guardavano quasi, non davo troppo fastidio”.

Però ci fu un episodio che lo mise in crisi: un articolo su un quotidiano locale che denunciava la presenza di un cileno come bibliotecario al posto di un italiano senza lavoro. Questo sollevò un polverone, innescando una serie di pressioni, anche politiche, che portarono all’allontanamento di Alfonso dalla biblioteca di Vignola, dopo 10 anni di lavoro. “Ho sofferto come tu non immagini, è stato come il colpo di stato. Bisogna essere preparati a tutto nella vita, alle evenienze, e invece lì sono stato debole, mi sentivo frustrato, non valorizzato”. Ma non si perse d’animo nemmeno allora – “Sono cocciuto!” – e riuscì a mantenere accesa la fiammella della sua vocazione, scrivendo libri, organizzando iniziative culturali, continuando la sua instancabile attività di pensatore, intellettuale e poeta.
Nel 1991 è tornato in Cile, una volta conclusa la dittatura nel 1990. “Ma il Cile militare c’è ancora, continua in un altro modo, quegli atteggiamenti autoritari ci sono ancora”.

Oggi Alfonso ha una splendida grande famiglia, con quattro nipoti; la sua vita si giostra tra il Cile, dove abita, e l’Italia, dove torna ogni due anni per fare visita a parenti e amici, e dove lo aspettano giorni pieni di incontri e iniziative, come mi spiega orgoglioso mostrandomi l’agenda fitta di appuntamenti. 
L’Emilia ai suoi occhi appare come una terra progredita e progressista, “capitalista” la definisce, abitata da gente laboriosa, con un’agricoltura sviluppata e, soprattutto, una terra a misura di uomo. E umanamente? «La gente è disponibile, molto propensa ai rapporti umani: nonostante tutto, con me sono stati sempre solidali».

Una Modena accogliente, solidale, pronta a creare un ponte di salvezza per portare in salvo i perseguitati politici di un regime sanguinario, dittatoriale, al di fuori da ogni tipo di norma giuridica o etica, che ha precipitato il Cile in un baratro di violenze e disperazione. A quasi 40 anni di distanza dal golpe cileno, in altre parti del mondo non si sono arrestate guerre, rovesciamenti politici e dittature che infliggono sofferenze inenarrabili alle popolazioni, costringendo a fuggire per aver salva la vita, come è successo ad Alfonso. La speranza, oggi, è che quella stessa capacità di accoglienza dimostrata dall’Emilia, pur tra alti e bassi, in tante occasioni, non si perda nel crescente clima di chiusura e diffidenza in cui versa il paese, e continui a farne un baluardo di solidarietà e umanità.

Rosaluna Capucci per DIP.news

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