BOSNIA: L’ottobre caldo delle proteste sul confine bosniaco-croato

Delineare un quadro completo di ciò che sta accadendo nel cantone Una-Sana in Bosnia-Erzegovina non è semplice. La gestione dell’attuale flusso di migranti potrebbe far pensare ad eventi già visti in altri paesi toccati dalle rotte balcaniche ma non è così. Non esistono liste di attesa né campi di transito per l’ingresso in Europa. In Bosnia l’unica speranza per un migrante bloccato nel nord-ovest del paese è di avere abbastanza soldi e fortuna per poter varcare i confini illegalmente.

Le due proteste 

La situazione delineatasi nelle scorse settimane ha scosso questi territori come non accadeva da anni. La volontà dei cittadini di organizzarsi dal basso, unita all’insicurezza sul grande tema della gestione degli innumerevoli migranti  nel cantone Una-Sana, ha fatto in modo che si formassero due distinti movimenti di protesta, diametralmente opposti tra loro, che hanno determinato la mobilitazione popolare di Bihać e Velika Kladuša. In un’intervista, lo stesso sindaco di Bihać Shuret Fazlic dichiarò: “Ci può essere cooperazione tra Velika Kladuša e Bihać ma non è necessaria. Noi a Bihać abbiamo i nostri migranti e a Velika Kladuša hanno i loro”.

Nulla si è rivelato più falso in questi mesi in cui le due città si sono trovate a condividere i flussi di persone in transito verso l’Europa, che, dal canto suo, continua a tenere i confini saldamente chiusi.

A distanza di pochi giorni sono nati due movimenti popolari, sfociati in due distinte petizioni. Il primo a Bihać, fomentato dal consigliere comunale e professore Sej Ramić, che ha manifestato per:

[…] trasferire urgentemente tutti i migranti presenti nell’area della parte urbana e popolata di Bihać in una posizione adeguata al di fuori della città, che soddisfi i requisiti tecnici minimi per l’alloggio ed il soggiorno.
Che i migranti siano collocati in un centro di accoglienza fuori dalla città di Bihać, all’interno del quale verranno forniti tutti i servizi necessari – registrazione, assistenza sanitaria, cibo e vestiario, ecc., dove il livello minimo di vita e la loro dignità siano rispettati, con l’obiettivo di evitare che escano dal centro di accoglienza, poiché nella maggior parte dei casi sono persone di identità sconosciuta, cioè persone che non hanno documenti di identificazione.
Come tali, i migranti in passato hanno violato e violano l’ordine pubblico e la pace nel centro della città, causando incertezza e disagio tra i cittadini di Bihać e USK (Cantone Una-Sana), provocando proteste pacifiche dei cittadini nel centro di Bihać, come questa petizione.
Chiediamo lo spostamento dei migranti sia per garantire i loro diritti, sia per garantire i diritti dei cittadini dell’USK e la sicurezza dei nostri bambini.

[…]

Chiedere al governo Federale di BiH e alle ferrovie FBiH di continuare a fermare la linea Sarajevo – Bihać – Sarajevo.

La seconda protesta è avvenuta a Velika Kladuša per:

Esortare lo Stato competente e i rappresentanti internazionali a prendere tutte le misure necessarie per lo sblocco della frontiera di Majevac con procedura urgente.
Dare pieno sostegno a tutti i membri della Polizia del Cantone di Una Sana per le attività svolte al fine di proteggere i cittadini della USK e i loro diritti, nonché per le attività e le misure relative al mantenimento del generale stato di sicurezza.
Sottolineiamo che la petizione non viene considerata come una qualsiasi forma di stigmatizzazione dei migranti o dei loro diritti umani, ma viene definita come il diritto umano fondamentale dei nostri cittadini alla vita, alla sicurezza personale, al rispetto della vita privata e familiare, alla casa e alla comunicazione, al diritto all’assistenza sanitaria e alla protezione dell’ambiente.

Le due petizioni, nate dalle proteste dei cittadini, hanno finalità molto differenti: a Bihać si sottolinea il bisogno di sicurezza e si chiede ad IOM e alle autorità di portare ogni migrante in una sorta di centro di accoglienza chiuso da cui non si possa uscire liberamene, a Velika Kladuša la popolazione chiede la riapertura della frontiera di Maljevac da giorni bloccata a causa di un accampamento sorto sulla strada che ha impedito all’intera città di respirare e svilupparsi.
Le due proteste, e le petizioni che ne sono derivate hanno avuto grande risonanza tra i cittadini, stanchi di non essere interpellati da agenzie come IOM e UNHCR che, da mesi, cercano inutilmente di creare un sistema di accoglienza strutturato senza realmente interfacciarsi con la popolazione locale.

Le condizioni dei migranti

Non è solo la popolazione locale ad essere stanca. Le decine di famiglie e i minori non accompagnati sono i soggetti più a rischio in questa situazione.
I trafficanti ricercano la fragilità di ragazzi e famiglie in viaggio da mesi, lucrando sulla vita di persone che, ogni giorno, provano ad attraversare i confini.

Il mondo all’interno dei campi gira come quello più grande delle banche e dei mercati internazionali, domanda e offerta, rischio e ricompensa. Nei mesi passati i trafficanti hanno già organizzato movimenti di migranti verso i confini, simili a quello iniziato il 23 ottobre che ha portato alla chiusura del valico di Maljevac. Dopo una “protesta” infatti, è verosimile che i controlli aumentino, che l’attenzione della polizia sui confini si sposti verso questi più grandi assemblamenti di persone e che i trafficanti ne approfittino per aumentare i passaggi lungo tutti i 900 km di confine tra Bosnia e Croazia. Ancora una volta dunque, in uno stato di frontiera si sta aprendo la prospettiva funesta di un inverno molto rigido, che non fermerà di certo i passaggi rendendoli solo molto più rischiosi. Perché, si può immaginare, chi guadagna sulla pelle di queste persone non si lascerà di certo spaventare dalla neve in arrivo.

Infine, la decisione dell’Unione Europea di tenere chiusi i confini delinea una strategia che procede nella direzione opposta al contrasto del traffico di esseri umani in atto ora nei Balcani, che continuerà a crescere di pari passo all’aumentare delle persone bloccate alle porte dell’UE.

Cronologia dei movimenti sviluppatisi nel Cantone Una-Sana:

20-21 Ottobre: Movimenti di protesta pacifica nella città di Bihać promossi da Sej Ramić.
23 Ottobre: Proteste dal campo Trnovi di Velika Kladuša verso il confine con la Croazia. Sorge un accampamento lungo la strada dalla città al confine. Le autorità croate chiudono il valico.
24 Ottobre: Il diretto Sarajevo- Bihać viene bloccato al capolinea, i migranti a bordo vengono fatti scendere, caricati su degli autobus e rimandati a Sarajevo.
25 Ottobre: Le autorità croate lanciano 3 ultimatum alle persone accampate al valico di Maljevac, la giornata si conclude con un nulla di fatto.
26 Ottobre: Il valico di Maljevac rimane chiuso.
27 ottobre: Inizio del trasferimento di minori e famiglie dal campo di Borici alla nuova struttura dell’OIM Bira.
28 Ottobre: Movimenti di protesta per la riapertura del confine di Maljevac da parte dei cittadini di Velika Kladuša esausti per il blocco stradale.
29 Ottobre: Trasferimento delle persone accampate al valico di Maljevac in una struttura nel villaggio di Polje e riapertura del confine.

Si ringrazia APS Lungo la Rotta Balcanica per le traduzione delle petizioni.

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