Le proteste dei migranti al confine bosniaco-croato non devono distogliere l’attenzione dai respingimenti illegali.

Nella mattinata di ieri si è svolta a Velika Kladuša una manifestazione pacifica per chiedere la riapertura della frontiera di Malijevac, dove da 6 giorni sono accampati 150 migranti.

Nel pieno centro della città si sono raccolte circa 500 persone su una popolazione di 4500 abitanti, per ascoltare l’intervento degli organizzatori che hanno richiesto con fermezza che il valico venga riaperto. Il passaggio di confine infatti è fondamentale per l’economia della cittadina, che vive e si muove a cavallo tra il confine bosniaco e quello croato. Dalle dichiarazioni di alcuni cittadini si evince che la chiusura del confine non è solo di impedimento per le merci e gli acquirenti provenienti dalla Croazia, ma anche gli stessi parenti delle persone che vivono o lavorano a dall’altra parte del confine non riescono ad attraversare la frontiera per tornare alle loro case, vedendosi costretti ad usare altri passaggi molto più lontani.

I cittadini in piazza per la manifestazione.

La linea tenuta dal governo centrale bosniaco e dal cantone Una-sana per impedire alle 150 persone che chiedono di poter passare in Croazia è stata la chiusura totale del valico di Malijevac.

Questa strategia si sta rivelando inconcludente poiché i migranti accampati, anche dopo lo stop agli approvigionamenti, si procurano da soli ciò che gli serve per vivere. Tra le tende dell’accampamento si può sentire ripetere questa frase: ”Non mi cambia nulla, vivevo in una tenda al campo in mezzo al fango e vivo anche ora in una tenda in mezzo al fango. Ma almeno sono più vicino al confine.”

Gli organizzatori leggono il documento di intenti.

La chiusura dei confini, come lo stop agli autobus dalla vicina cittadina di Bihać verso Velika Kladuša, sono misure dettate da un bisogno dell’amministrazione cantonale di avere voce in capitolo sulle decisioni di Sarajevo. Chiudere l’accesso ad una città di confine vuol dire limitare il movimento di tutti gli abitanti della zona, migranti e non, impedendo anche l’afflusso di turisti internazionali.

La manifestazione, partita dalla piazza principale, si è svolta con la lettura di un documento contenente alcune richieste da parte degli organizzatori che hanno sottolineato con forza come il movimento di cittadini non svoglia stigmatizzare i migranti ma chiedere che si sblocchi uno stallo dannoso sia per i cittadini che per i migranti stessi.
Intanto al valico, la presenza di un nutrito gruppo di italiani provenienti da Trieste ha rotto l’equilibrio molto precario che si era creato nei due giorni precedenti. Il gruppo ha affiancato i migranti dando vita ad una protesta conclusasi con l’allontanamento volontario del gruppo di italiani dalla zona dopo pochi minuti.

 Una cartina usata da uno degli organizzatori con la localizzazione dell’accampamento sul confine.

La situazione al confine rimane ora stabile. I passaggi di frontiera attraverso i boschi e i respingimenti violenti da parte della polizia croata continuano. I movimenti sul confine croato che nei giorni precedenti avevano iniziato ad assomigliare più ad un sit-in ora si stanno trasformando in un accampamento come molti se ne sono visti lungo tutti i confini delle rotte balcaniche, dalla Grecia, alla Serbia fino a Ventimiglia.

Le cosiddette proteste sul confine, che negli ultimi giorni stanno ricevendo la totale attenzione dei media non possono rischiare di spostare l’attenzione dai respingimenti dei migranti perpetrati da Italia, Slovenia e Croazia verso la Bosnia, i quali non accennano a diminuire e che rischiano di passare in secondo piano, messi in ombra da un movimento di migranti che in nulla corrisponde alla definizione di protesta.

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