‘Volevamo capire chi fosse un profugo, non più un numero, ma una persona con una storia’. È questo l’intento che ha spinto Gabriele Gatti (reporter) e Nicola Fornaciari (fotografo) a partire per la Serbia, nel dicembre del 2016, allo scopo di documentare le condizioni dei profughi che percorrono la Rotta Balcanica nella speranza di attraversare il confine tra Serbia e Ungheria.

La Rotta  – spiega Gabriele Gatti alla proiezione del docu-film La foto di Omid, avvenuta all’interno del ciclo di iniziative intitolate ‘Nuovi cammini, nuove resistenze’ organizzate dal circolo ANPI di Guastalla, Gualtieri e Luzzara, il 4 maggio scorso – è una delle rotte alternative al mare che, dal Medio Oriente, passando per Turchia, Grecia, Macedonia e Serbia, porta verso l’Ungheria, ultima frontiera prima di quella vista come la ‘vera Europa’, quindi Austria e poi Germania, Francia, e così via.

Le prime immagini, spiazzanti, sono quelle che riguardano il cosiddetto muro di Orban. In un’epoca in cui tornano vigorosi i populismi e le destre fanno cappotto in Europa, il primo ministro ungherese Viktor Orban, a metà 2016, ha dato istruzioni per costruire un lungo muro, fatto di filo spinato ed acciaio, e massicciamente militarizzato. Infatti, i due reporter reggiani vengono fermati dopo pochi minuti dall’arrivo e, in seguito al controllo dei documenti, gli viene concesso di scattare qualche foto.

Il documentario prosegue raccontando le storie di alcuni ragazzi che vivono sia accampati in prossimità del muro, sia nei capannoni alla periferia di Belgrado. Raccontano tutti della violenza della polizia ungherese che, oltre a respingerli, li priva di scarpe e vestiti pesanti, indispensabili per sopravvivere all’inverno; molti mostrano anche i vestiti strappati dai morsi dei cani.

Sono tutti ragazzi giovani, pochissime le donne e i bambini – risponde Gatti ad una delle domande che gli viene posta dopo la proiezione. Il dibattito è molto sentito, le condizioni di queste persone ad alcuni ricordano le immagini dei campi di concentramento nazisti, altri sostengono che già l’Italia sta facendo molto per l’accoglienza, ‘solo perché ci sono leggi che impongono di farlo’ – risponde ancora Gatti.

Il film apre a molti interrogativi e spunti di riflessione. Porta finalmente alla luce un altro punto di vista, rispetto a quello che in genere i media ci riportano quotidianamente, che è quello umano, è l’incontro di persone, di sentimenti, e di realtà.

‘La foto di Omid’ ha il patrocinio della Città di Reggio Emilia, della Città di Manerbio (BR), del Comune di San Martino in Rio e del Comune di Campagnola Emilia. Si segnala anche il contributo di Dimora d’Abramo, dalla Cooperativa L’Ovile e Punto Immagine Srl.

 

Calogero Culmone per DIP.news

 

Il documentario è disponibile su Open DDB Distribuzioni dal Basso

 

 

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