“This is not Europe”, come in Grecia l’UE chiuda gli occhi davanti alle continue violazioni dei diritti umani.

Continua il viaggio di Dip.news attraverso le violazioni dei diritti umani subite da migranti in territorio Europeo. Ecco, dopo il reportage sulle violenze al confine bosniaco-croato, una testimonianza di Valentina Tamborra, fotografa, dall’inferno dell’ hotspot di Moria, sull’isola di Lesbo.

Sono passati otto mesi da quando sono rientrata dall’isola greca di Lesbo, di fronte alle coste della Turchia.

Tra dicembre e gennaio 2018 ho passato quindici giorni con i migranti trattenuti presso il centro di identificazione di Moria, adatto a ospitare sino a 2.000 persone, ma che nel gennaio 2018 ne contava, stipate, quasi 6.000.

Lontano dal clamore mediatico che aveva portato in luce questo luogo, dove naufragavano quasi giornalmente i sogni di siriani, afghani, iracheni, curdi, volevo capire che cosa fosse rimasto.

Spesso, quando si spengono i riflettori, siamo portati a pensare che il problema, l’emergenza (come erroneamente viene definito un fenomeno), sia risolto.Così non è, anzi, molto spesso quando si smette di parlarne il calvario prosegue e, anzi, peggiora.

Questo è quanto accaduto a Moria e mentre scrivo queste righe, l’hotspot è arrivato addirittura a contenere quasi 9.000 persone.

Le condizioni di vita sono pessime: mancano servizi igienici, l’acqua calda è un miraggio, vestiti e generi di prima necessità sono merce rara. Le donne sono costrette a indossare il pannolone pur di non doversi recare alle latrine dove manca la luce e spesso, sono oggetto di violenze.

Nel 2016 a Moria, sono morte 5 persone per il freddo. Per scaldarsi infatti, si utilizza ciò che si trova. Si brucia plastica, legno, persino i rami dell’uliveto che sorge proprio a fianco all’hotspot, che è diventato ormai l’estensione del campo. Molte famiglie infatti, pur di uscire dai confini di Moria (dove anche la sicurezza personale è messa a dura prova) preferiscono dormire piantando la tenda canadese (fornita da UNHCR) sul nudo terreno scosceso del campo Olive Grove.

In dicembre avevo posto l’accento sulle condizioni dei casi vulnerabili e dei bambini che si trovano a vivere in quello che a tutti gli effetti somiglia più a lager che a un centro di prima accoglienza e identificazione.

Oggi, dopo 8 mesi, le notizie sono sconfortanti: quelli che erano segnalati come casi di attacchi di panico fra bambini, sono sfociati in tentativi di suicidio.La situazione è talmente surreale che si stenta a credere che tutto questo stia accadendo qui, a pochi passi da noi, in Europa.

“This is not Europe” è una frase che mi sono sentita ripetere incessantemente a Moria.

A dirmela per primo è Omar 40 anni, Siriano. Scappato da Damasco si trova a condividere una tenda con altri due ragazzi, siriani anche loro. Da quattro mesi vive in una tenda canadese nell’Olive Grove dove usa per scaldarsi un fornelletto che utilizzano anche per cucinare le razioni di cibo, con grandi rischi di incendio. Le razioni le recupera ogni giorno attendendo file di ore, all’interno del campo di Moria.

Omar ha perso il fratello e il nipote di appena 8 anni nei bombardamenti. Me lo dice e mi mostra la foto di quella che una volta era casa sua: un ammasso di macerie dove è difficile persino riconoscere lo scheletro di un’abitazione.

“Se di notte sento un rumore improvviso, mi faccio la pipì addosso. Lo so, sono cose che non dovrei dire a una donna ma è cosi”.

 Leyla 9 anni, curda irachena. Fuggita insieme ai genitori e alla sorella e agli zii da un paese che non potrà mai essere casa loro (la situazione dei curdi è tristemente nota infatti: non viene loro di fatto riconosciuta una terra e, anche qui, all’interno del campo profughi di Moria, vengono trattati come appestati. Nessuno parla con loro, non c’è solidarietà – i curdi, a tutti gli effetti, non esistono).

Leyla è anemica e ha bisogno di cure: ad aiutarla sarà la clinica mobile di Medici Senza Frontiere, che offre supporto medico a donne e bambini. Ma le richieste sono tante,  non è sempre possibile aiutare tutti.

Leyla è fortunata. Porto da lei un mediatore afghano di medici senza frontiere, un ragazzo di 19 anni. Mahyar che sulla sua pelle ha provato la realtà del viaggio, della fuga. Dall’Afghanistan alle coste greche rischiando quasi di annegare. Sarà lui a parlare con la famiglia, 12 persone in tutto, a portarli alla clinica e a fornire loro il primo aiuto.

Ma a colpirmi sono gli occhi di B. Il suo sorriso che appare sempre velato, una bambina adulta che ha già visto troppo e il cui viaggio è appena all’inizio.

E ancora: un piccolo gruppi di uomini tamil, bloccati nel campo perché non esiste un interprete in grado di capire la loro lingua e raccogliere una testimonianza per la richiesta dello status di rifugiato. Uno di loro in particolare, è rimasto qui per 23 mesi, ha imparato un inglese stentato.

Oggi, mentre scrivo, ha finalmente ottenuto il via per lasciare Moria.

Così come la famiglia curda: sono stati spostati in un nuovo campo, certo non è il paradiso ma qualsiasi cosa è meglio di Moria.

Purtroppo, restano ancora più di 8.000 persone bloccate in quello che è diventato a tutti gli effetti un limbo.

Tutto questo accade in Europa, a pochi passi da noi. Una realtà terribile che convive, fianco a fianco, con la parte turistica di un’isola meravigliosa. Due mondi paralleli che continuano a esistere.Continuare a parlarne, non spegnere le luci, non abbassare le nostre fotocamere su queste realtà può fare la differenza. Anche se in piccolo, anche se per pochi.

Un lavoro di approfondimento è sempre necessario dunque, soprattutto in fenomeni complessi come la migrazione. Lavorare sullo stereotipo, sul pregiudizio, è impossibile senza seguire da vicino e continuativamente la realtà che si vive nei luoghi interessati dal fenomeno.

 

Valentina Tamborra per DIP.news

 

 

 

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