UCRAINA: L’Ucraina riconosce la Russia come stato aggressore

Ucraina – 280 deputati del parlamento ucraino hanno votato in ultima lettura la legge sulla “de occupazione e il reintegro” delle zone in guerra. Un passaggio di questo documento, che ha rinvigorito le tensioni tra il governo di Mosca e quello di Kiev, concerne il riconoscimento della Russia come stato aggressore dopo poco meno di quattro anni dall’entrata in guerra contro i separatisti russi nella zona del Donbass.

Una legge che ha già fatto scoppiare diverse rivolte in tutto il paese che definisce la Russia responsabile di danni morali e materiali allo stato ucraino e ufficializza la decisione del presidente Porošenko di utilizzare formazioni paramilitari per “contrastare l’invasione russa”.

Questa legge potrebbe compromettere la tenuta, già molto debole, del trattato di Minsk e legittimare l’utilizzo da parte di entrambi gli schieramenti di mercenari e paramilitari di estrema destra provenienti da tutta Europa.

Una guerra che oggi riceve l’appellativo di “guerra che non c’è”, scontri di posizione e attese di cessato pericolo rintanati nelle trincee e nei bunker, quasi a ricordarci che, come dicevano gli antichi greci, la storia è ciclica e tutto torna.

Una guerra alle porte dell’Europa di cui si sente parlare solo in ambienti di destra; che ha arricchito gli amici armaioli dell’attuale presidente e sta danneggiando la tenuta già debole di una nazione che vede nell’agricoltura e nella fertile terra il suo orgoglio più vero e viscerale.

Gli indizi si vedono in ogni angolo del paese: il tracollo della Grivna dopo il 2014, i tagli alla sanità e il marcato nazionalismo sono alcuni dei segnali che definiscono un’economia e una politica di guerra.

Nelle campagne, ancora legate ad un reddito di sussistenza, il rovescio della medaglia è ancora più palese. Gli uomini che non trovano lavoro si arruolano spinti un po’ dall’amore che ogni ucraino prova per la sua libertà e, dall’altra parte, per dare un futuro ai propri figli nell’unico settore che oggi non risente della crisi: la guerra.

Ma l’Ucraina oggi è un paese agli sgoccioli, dove una madre per partorire spende (se appartiene alla classe lavoratrice) l’intero stipendio per comprare tutto il necessario per il parto ma che si scalda con il gas importato dalla Slovacchia, a sua volta importato dalla Russia che viene pagato il doppio rispetto a prima della guerra.

Gli investimenti in risorse belliche dopo il 6 aprile 2014 hanno portato l’Ucraina tra i 25 potenze militari del mondo facendole guadagnare 12 posizioni dal 2009. Questa politica di militarizzazione forzata si vede per le strade, nelle scuole e durante le manifestazioni.

Come nelle celebrazioni per ricordare l’indipendenza dalla Russia del 24 Agosto che oggi sono utilizzate dalle forze armate per mettere in mostra i muscoli e rassicurare la capitale, e solo la capitale, che l’Ucraina sta combattendo per il popolo, e non per tenere in vita uno stato già invaso da un cancro maligno grazie ai proventi dell’industria bellica.

Dalle bocche degli studenti che nel 2014 scesero in piazza Maidan nel tentativo di contrastare un ennesimo arretramento culturale del loro paese escono queste parole: “L’Ucraina potrebbe far cessare la guerra da un momento all’altro ma il presidente ha troppi interessi nel conflitto”.

Ma la questione ha origini ben più profonde degli attuali interessi economici sul carbone del Donbass o sugli appalti per le forniture di armi e munizioni per continuare la guerra.

Le zone interessate dal conflitto sono fin dai tempi stessi dell’indipendenza dalla Russia abitate da popolazioni di cultura e lingua prevalentemente russa. Questa parte di cittadini ha visto nascere e proliferare una diffidenza sempre più marcata nei suoi confronti che ha portato alla nascita di leitmotive come la diceria durante la rivoluzione ucraina del 2014 che gli abitanti del Donbass furono disinteressati a ciò che stava accadendo, quando in realtà più di un uomo di quella regione è caduto sotto i colpi dei cecchini durante gli scontri.

Che La Rivoluzione della Dignità abbia sortito gli effetti desiderati è messo in discussione ora più che mai, in un paese che fin dalla sua indipendenza non ha creato le condizioni affinché non si formassero enclavi filorusse guardate con estrema diffidenza dalle popolazioni più a ovest a causa della prevalenza russofona in territori di confine.

In tutto, il conflitto nell’est dell’Ucraina ha creato oltre 1.5 milioni di sfollati interni nel Paese UNHCR data), mentre oltre un milione di persone hanno deciso di cercare sicurezza al di fuori dei confini, spesso affidandosi al soccorso dei territori russi. Si è venuta così a creare una divisione ancora più radicale dove coloro che si consideravano ucraini si sono recati verso l’ovest del paese ricevendo accoglienza scarsa o nulla; mentre molti abitanti del Donbass culturalmente legati alla Russia si sono spostati a est.

Oggi le ostilità continuano in un conflitto di posizione rinvigorito dalla propaganda di estrema destra da parte di molti stati di tutto il Vecchio Mondo che usano questo conflitto come campo di addestramento per i loro adepti militaristi con la testa rasata. Una guerra che la comunità internazionale non vuole vedere per evitare un diretto braccio di ferro con Putin e che preferisce sacrificare una nazione come l’Ucraina per il mantenimento di uno status quo che maschera un conflitto che ha fatto più di 10 mila morti.

Gabriele Gatti  

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