SERBIA: Vivere nel reparto per disabili in un orfanotrofio serbo

Serbia – Ci troviamo nella località termale di Banja Koviljaca, zona rurale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui la grande tragedia della guerra protrattasi fino al 1995 ha lasciato profonde cicatrici in una comunità di frontiera. L’economia della zona, basata sulla grande fabbrica di viscosa poco distante dal piccolo centro abitato finì con la crisi che seguì la guerra. Con lei venne dunque a mancare il lavoro che sosteneva la zona, creando disoccupazione e un esodo verso zone più industrializzate.

A fronte di ciò, come spesso accade, le colpe dei padri ricadono inevitabilmente sui figli; in questo caso, l’orfanatrofio di Banja Koviljaca diventa l’unica casa per centinaia di bambini che la crisi ha trasformato negli orfani del nostro tempo. Il riflesso della povertà si staglia sulle vite di figli e figlie che, nella maggior parte dei casi, sono allontanati dalle famiglie stesse che non sono in grado di mantenerli.

Così intorno agli anni 2000 la Dom za Decu (Casa dei Bambini) intitolata a Vera Blagojevic diventa una casa per più di 120 orfani. Un luogo inadatto a custodire e far sviluppare i suoi abitanti a causa soprattutto dei pochi supporti finanziari e del rapporto troppo alto bambini-educatori. A seguito di uno scandalo che denunciava la condizione di sovrappopolamento delle strutture adibite all’accoglienza dei disabili e le condizioni di segregazione e violenza fisico-psicologica che gli stessi erano costretti a subire, il governo serbo cambiò le sue politiche di assistenza ai diversamente abili. Le maxistrutture assistenziali vennero chiuse e molti disabili ridistribuiti sul territorio nazionale.

Dopo questi improvvisi cambiamenti i primi disabili arrivarono all’orfanatrofio di Banja nel biennio 2012- 2013. Questa distribuzione improvvisa causò un inevitabile colpo alla struttura, che, nonostante la graduale fuoriuscita dei suoi ospiti, si trovò a dover gestire casi ai quali i suoi educatori non erano professionalmente preparati. Per fare fronte a questa emergenza vennero fornite alle educatrici tempestive ma inadeguate ore di formazione e alcune operatrici della mensa vennero promosse senza alcun titolo a educatrici, per sopperire alla mancanza di personale.

Durante i primi anni di permanenza la mancanza di supporti deambulatori ha costretto numerosi ospiti ad una condizione di immobilità forzata nei propri letti causando la perdita della facoltà di camminare unita a malformazioni posturali portate dall’immobilità permanente. Tuttavia quella che forse è la mancanza che arreca maggiori danni allo sviluppo socio-comportamentale è da considerarsi l’assenza totale di stimoli creativi causati dalla completa mancanza di interesse nei confronti degli ospiti da parte delle educatrici.

La loro vita infatti si svolge senza la possibilità di poter studiare o ricevere stimoli dall’attività creativa che un’istruzione dedicata potrebbe garantire. In diversi ragazzi aventi Sindrome di Down infatti la mancata alfabetizzazione ha portato a non poter imparare a parlare e nella totalità dei casi a scrivere.

Reportage a cura di Gabriele Gatti e Nicola Fornaciari pubblicato su The Post Internazionale il 26/04/2017

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