Sopravvivere da migranti nelle fabbriche abbandonate di Belgrado

Belgrado, gennaio 2018.

 

BELGRADO – Il 2017 è iniziato da poco. Dietro la stazione di Belgrado quelli che una volta erano i capannoni di una grande fabbrica ora offrono riparo a quasi duemila persone. Le sottili pareti poco possono contro il freddo di gennaio della capitale serba, così si trovano altri modi per scaldarsi: si dorme tutti l’uno vicino all’altro in mezzo a piccoli fuochi alimentati da legnetti e spazzatura trovata nelle vicinanze dei giacigli. Non è mai completamente giorno nei grandi capannoni, si è cercato di coprire ogni spiraglio e il fumo rende difficile la vista.

Stretti intorno ad un fuoco si trovano Imal, Maiwando e Fesil. Tutti e tre vengono dall’Afghanistan. La madre e il padre di Imal sono stati uccisi dai talebani, lui ha solo 16 anni ma la guerra lo ha costretto a fuggire dal suo paese.“Qui mi piace”, dice, “in Serbia non mi sparano”.

Maiwando solleva il berretto che ha sulla testa scoprendo diverse cicatrici di proiettili. La storia è simile: genitori assassinati e un viaggio lungo due mesi che lo ha portato in un capannone abbandonato dietro la stazione di Belgrado dove, insieme a migliaia di suoi connazionali, deve combattere contro il freddo gelido delle notti serbe.

Il più giovane del gruppo, Imal, 15 anni, dice che vorrebbe andare in Italia e fa capire che il luogo dove si trova non gli piace per niente.

Sono poco più che bambini ma hanno già affrontato un lungo viaggio che li ha portati a doversi caricare sulle spalle il peso di un conflitto che non gli appartene, camminando per mesi fino ad arrivare alle porte d’Europa, trovandole chiuse.

Molti di loro sono ex soldati che fuggono da morte certa, altri sono meccanici, studenti, maestri, autisti, semplici cittadini che si sono trovati davanti a una scelta: rimanere e probabilmente morire, oppure lasciare la loro terra, affrontare una traversata di migliaia di chilometri attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e, forse, cominciare una nuova vita.

Anas parla 5 lingue, in Siria era maestro, musicista e compositore. Da un anno si trova in Serbia, ha perso la possibilità di fare parte delle 10 persone che ogni giorno attraversano il confine verso l’Ungheria a causa di un’intervista che ha rilasciato alle televisioni locali. “Vorrei andare in un posto dove queste cose non succedono, mi piacerebbe raggiungere mia moglie e mio figlio in Gran Bretagna.

Oggi si trova in un capannone dietro la stazione di Belgrado, cucina una minestra di patate e cipolle su un fuoco da campo improvvisato, l’aria satura di fumo gli fa lacrimare gli occhi e la fuliggine ricopre i suoi vestiti troppo leggeri, rammendati con nastro americano.

Domani proverà ad attraversare la barriera di filo spinato che lo separa dalla sua famiglia, sapendo che le conseguenze per sue azioni in caso fallisse lo porterebbero a percosse, al sequestro di tutti i suoi averi (scarpe comprese) ed a una lunga marcia per tornare verso il campo più vicino.

Anche lui è scappato per le stesse ragioni dei suoi compagni afghani. Esecuzioni sommarie, privazione della libertà di espressione e povertà lo hanno portato a fuggire verso una terra dove tutto ciò non è presente, il cui nome gli fa brillare gli occhi: l’Europa.

Si congeda dicendo: “Sapete di cosa abbiamo bisogno”.

I capannoni dietro la stazione di Belgrado sono luoghi che a stento potremmo immaginare abitabili ma che in realtà sono la casa di migliaia di persone a fatica sostenute dall’aiuto di volontari e associazioni umanitarie.

La migrazione via terra non è terminata, si nasconde. Dentro luoghi freddi e inospitali, tenuta in vita solo dal sogno di una vita migliore e dal calore di piccoli fuocherelli accesi tra i rifiuti.

Reportage a cura di Nicola Fornaciari e Gabriele Gatti pubblicato su The Post Internazionale l’ 08/01/2017

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